Stai pensando di frequentare un PhD in Economia? Cosa fare, cosa aspettarsi

Stai pensando di frequentare un PhD in Economia? Cosa fare, cosa aspettarsi

Abbiamo ricevuto in redazione la seguente richiesta:

Buongiorno,
sono uno studente magistrale in Scienze economiche in un’università italiana.
Mi piacerebbe molto fare un phd in economics una volta presa la laurea, possibilmente fuori dall’Italia. Ho iniziato a guardarmi intorno e vedo come sia difficile orientarsi, capire la qualità del corso, quanto si è seguiti, la qualità dei docenti, lo stile di vita che mi aspetta durante il phd. Vi scrivo per chiedere un articolo sulle vostre esperienze di vita da studenti phd, consigli su quanto e dove applicare in Europa e America, le difficoltà iniziali di adattamento che avete avuto, se ne avete avute e in generale quello che crediate sia importante trasmettere a riguardo, se ne avete voglia.

Rispondo volentieri.

Chi è tagliato per un PhD in Economics? 

Iscriversi ad un corso di PhD all’estero significa dedicare cinque o sei anni della propria vita allo studio (raramente meno, a volte di più). Nonostante la fatica, le giornate spese a studiare fino a tardi, i weekend passati sui libri e al computer, ho un ricordo bellissimo di quegli anni. Non solo perchè ero giovane. Il vero motivo è che in quel periodo ho interagito con gran numero di persone di un intelligenza e curiosità intellettuale straordinarie. Ho imparato moltissimo, più che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Se cercate questo, non c’è esperienza migliore.

Ma non è per tutti. Superare gli esami, trovare un argomento interessante per la tesi, svilupparlo e portarlo a compimento richiede notevoli capacità logico-analitiche, capacità di analizzare e interpretare il mondo che ci sta attorno, dimestichezza con computer e programmazione. Ma non basta: servono anche interesse per i problemi sociali e politici, una buona dose di fantasia, creatività e di social skills (perlomeno, più dello scienziato “medio” con càmice e provette). Non guasta anche avere un po’ di ambizione. In parole povere, se avete preso 30 e lode a matematica, ma non sapete chi è il presidente del CSM, può darsi che questo percorso non faccia per voi. Tantomeno se pensate che gli schiavi greci stessero meglio dei dipendenti di Walmart (come affermato di recente da un famoso matematico italiano, e non scherzava). In breve: onestà e curiosità intellettuali, abilità logico-analitiche, interesse per problemi sociali ed istituzionali. Si tratta di una combinazione di abilità abbastanza speciale, perciò pensateci bene prima di perdere anni della vostra vita (se può consolare, io non ci avevo pensato per nulla. Meglio così perché sono un po’ scarso in qualcuna di queste dimensioni).

Come prepararsi?

Cominciate frequentando il più possibile corsi di contenuto matematico – statistico: le commissioni che ammettono gli studenti vogliono sempre accertarsi che conosciate abbastanza matematica. È inoltre importante capire quali docenti, nel proprio dipartimento, abbiano una reputazione scientifica all’estero, seguire i loro corsi, e farsi notare da loro (intellettualmente, ovviamente), e, dopo aver preso 30 (possibilmente: con la lode), avvertirli che state pensando di iscrivervi ad un PhD.

Acquisire un rapporto con i docenti è fondamentale perché dovranno, al momento dell’invio delle domande di ammissione, scrivere lettere di raccomandazione (ne servono tre) che raccontino quanto bravi siete, cosa siete in grado di fare e che siete in lista d’attesa per il Nobel fra una trentina d’anni. Sono uno degli elementi chiave della domanda. Le commissioni leggono le loro lettere molto attentamente, pesando ogni parola. Nessuno scrive che il proprio studente è “abbastanza bravo”, è quindi meglio che chi scrive le lettere sia conosciuto e abbia una buona reputazione, e possibilmente che lo abbia già fatto.

Uno di questi docenti sarà il vostro relatore di tesi. Il contenuto della tesi dovrebbe, idealmente, servire da traccia per il research statement da allegare alla domanda di ammissione, un altro documento importantissimo. Non deve contenere ricerca pubblicabile od originale, ma deve convincere la commissione che sapete cosa significa fare ricerca in economia, che siete entusiasti di volerla fare, e che avete tutte le caratteristiche necessarie (vedi sopra).

Nelle ultime fasi (circa 15-18 mesi prima dell’inizio del PhD, che avviene nel mese di settembre di ogni anno) occorre anche prepararsi bene per il GRE, e passarlo praticamente con il massimo dei voti o quasi. Anche se il GRE è un test è poco informativo, ottenere un punteggio solo buono significa, in un top department, farsi cestinare direttamente la domanda di ammissione. Nella maggior parte dei dipartimenti conta soprattutto il voto nella parte quantitativa del test (facile come contenuti, ma bisogna essere molto veloci per fare tutto giusto). Le altre parti del test sono meno importanti. Ovviamente bisogna anche passare il TOEFL con almeno il punteggio richiesto dall’università in cui si fa domanda. Questo è uno dei requisiti meno stringenti (lo è un po’ di più se la borsa di studio richiede di fare il Teaching Assistant, ma l’ho passato anch’io che praticamente non parlavo inglese). Superate questi test il prima possibile (ma non troppo, altrimenti occorre rifarli), così ve li togliete dai piedi.

Non è una cattiva idea frequentare i seminari che il vostro dipartimento dovrebbe organizzare (se non lo fa, siete nel posto sbagliato) invitando studiosi anche dall’estero a parlare della propria ricerca. Non capirete niente, ma poco male, servirà ad avere una vaga idea di dove potreste essere nel giro di cinque o sei anni, e se volete esserci. In alcuni casi, se il vostro relatore è gentile, vi presenterà al collega in visita da un dipartimento in cui volete fare domanda dicendogli quanto bravi siete; se chiacchierando gli fate una buona impressione potrà mettere una buona parola con l’admission committee. Non sperateci troppo: il processo di ammissione è affidato a fattori del tutto casuali. I dipartimenti ricevono centinaia di domande da tutte le parti del mondo, da parte di studenti con curriculum perfetti, test perfetti, lettere entusiaste, raccomandazioni di colleghi invadenti. Nessun professore, per quanto in buona fede, può sapere con certezza le capacità di produrre ricerca originale da parte di uno studente. Il processo è affidato a segnali di abilità molto poco correlati con ciò che poi finisce per contare, quindi è spesso meglio affidarsi a criteri oggettivi ed imparziali. Estrarre il segnale dal rumore generato dalle centinaia di domande è molto difficile.

Dove inviare le domande?

Essendo il processo in gran parte casuale, i candidati devono affidarsi ai grandi numeri. Suggerirei, se fate parte dei migliori della vostra classe, di inviare le domande ad una mezza dozzina di “top-10” departments e ad un’altra mezza dozzina nella top-20; se si è veramente convinti di voler partire, aggiungete anche un po’ di domande a qualche dipartimento di livello inferiore (specie se il vostro curriculum e test non sono eccellenti – una conversazione onesta con il vostro relatore qui può essere rivelatrice). Esistono diverse classifiche di dipartimenti, in gran parte si sovrappongono, la scelta specifica dipende da gusti ed interessi: non è il caso di fare i pignoli nel confronto fra il dipartimento numero 8 e quello numero 13. Ancora meno fra 18 e 23. La scelta dovrebbe dipendere più dall’ambito di interesse e dalle conoscenze di chi scriverà le lettere di raccomandazione. In questo, è bene lasciarsi consigliare dal proprio relatore/advisor.

Spero di non procurarmi nemici se dico: evitate se potete il dottorato italiano che è purtroppo ingabbiato dentro regole insensate (non da ultima, l’esigenza di fare tutto in 3 anni – mi dicono che la proroga a quattro è stata resa ancora più difficile) che impediscono l’offerta di un corso di studi ragionevole, anche nei dipartimenti con le migliori intenzioni. Esistono casi di successo individuale, ma si tratta di eccezioni. Per quanto riguarda l’Europa, due o tre dottorati europei possono competere con i top 10 americani; il problema maggiore dell’Europa è un relativo isolamento, che poi quando si entra nel mercato si rischia di pagare. La scelta migliore dipende dalle alternative a disposizione, ma io ammettendo di essere biased propendo, a parità di qualità, per l’America (che include anche qualche ottima università Canadese).

Ah dimenticavo: l’argomento “ma tanto io voglio stare in Europa (o peggio, Italia), non voglio andare in America perché ho il moroso / la mamma / odio Mc Donalds …” non vale. Se lo pensate davvero, meglio che scegliate un’altra carriera. E non perché “tanto il 50% dei fidanzati si lasciano”, come disse il mio relatore.  Ma perché il mercato del research economist è un mercato globale. Sperare di riuscire dopo 5 anni di studio a trovare posto nel paese X o, peggio, nella città Y, è pura follia. Certo, si può essere fortunati, ma la maggior parte delle università del mondo è localizzata in città piccole in mezzo a zone che possono sembrare poco interessanti. Consiglio di non pensarci troppo: per esempio, io per lavoro ho vissuto diversi anni a Minneapolis e Nashville, città che per uno che vive in Italia possono sembrare equivalenti alla morte intellettuale e sociale. In realtà sono luoghi interessantissimi, pieni di vita artistica e culturale, bellissimi dal punto di vita paesaggistico. Ci vive un sacco di gente simpatica. Insomma, la vita ci può sorprendere. Non guasta un po’ di spirito di adattamento. Il discorso vale ancora di più per la scelta del luogo dove frequentare il PhD se si riceve più di una offerta. Meglio sopportare 5 anni di tundra e ricevere un’ottima preparazione, piuttosto che studiare davanti alla spiagga in Florida frequentando un dipartimento mediocre. Sembra ovvio, ma ho visto più di uno studente scegliere in base a questi criteri. Quindi se vi chiama Chicago, andate a Chicago, contrari o no che siate agli hamburgers.

[Aggiunta 12/12] Dove fare domanda dipende in gran parte dalle proprie capacità. Quanto scritto sopra è stato interpretato da qualcuno come “o finite in un top-20 o è meglio che cambiate carriera”. Non era questa la mia intenzione, perché non è vero. È perfettamente possibile ricevere un’ottima preparazione e perseguire una carriera soddisfacente dopo aver conseguito il Phd in dipartimenti USA non top, in Canada (dove in realtà esistono anche top departments che piazzano ovunque, come ho chiarito in commento), In Europa (idem), Australia, o persino in Italia. Solo che è più difficile, soprattutto se si aspira ad una carriera accademica. Ma se si vuole fare policy, o entrare nel settore privato, esistono ottimi programmi ovunque, e a qualsiasi livello. Resta il fatto che migliore è la reputazione del dipartimento in cui si studia, di solito, meglio è. 

Quale dipartimento scegliere?

Nella felice situazione di avere ricevuto più di una offerta, suggerisco di scegliere il dipartimento migliore e più posizionato nella generalità dei campi dell’economia. Anche se si pensa di voler fare la tesi in macroeconomia, non è raro, anzi, è frequente cambiare idea e finire per fare economia del lavoro, o internazionale, quindi meglio tenere le porte tutte aperte. Dipartimenti di simile caratura scientifica hanno programmi di studio e attenzione agli studenti molto diverse. In caso di indecisione, non è una cattiva idea contattare i dipartimenti per cercare informazioni. In questo stadio verrete trattati benissimo: faranno di tutto per attirarvi. Nonostante ci sia un’altra persona in lista d’attesa praticamente identica a voi, se qualcuno vi ha scelto significa che siete davvero bravi, e bisogna attirarvi a tutti i costi, tantopiù se avete anche un’offerta dal dipartimento di simile caratura. Chiedete di parlare con altri studenti, magari qualche italiano con cui è più facile entrare in confidenza, per avere un’idea del posto. Chiedete soprattutto informazioni sul placement: dove hanno trovato lavoro i migliori studenti degli ultimi tre anni? Questo vi darà un’idea del best-case scenario. Non scegliete in base alla presenza di un certo luminare: i professori si spostano frequentemente, specie quelli bravi. Nemmeno, come ho già detto, fate l’errore di scegliere in base all’attrazione della città.

Quanto costa?

Nella stragrande maggioranza dei casi, le università americane finanziano almeno i primi 4 o 5 anni di studio (le regole variano). Se l’offerta arrivasse senza la garanzia del finanziameno, l’opportunità di auto-finanziarsi il primo anno è meno terribile di quanto si possa pensare (magari chiedendo uno sconto per la tuition). Prima però è meglio accertarsi che, passati gli esami, il finanziamento generalmente venga offerto a partire dal secondo anno. Le borse di studio, che sono aumentate negli ultimi anni in termini reali, variano dai 15 ai 35mila dollari, a seconda della generosità dei dipartimenti (e della qualità dello studente). Qualche volta sono condizionali alla prestazione di assistenza nell’insegnamento o ricerca dei docenti (Teaching o Research Assistantship), con un’enorme varianza di carico (che nominalmente è di 20 ore settimanali, ma che varia da zero a ….). Qualche professore preferisce arrangiarsi, lasciando quasi nulla da fare al TA (ricevimento, qualche esercitazione), mentre in certi dipartimenti i TA hanno la responsabilità di insegnare un intero corso, e di correggersi gli esami e le esercitazioni, ogni semestre. La borsa poi può essere integrata insegnando un corso durante la sessione estiva, il che è consigliabile anche per irrobustire il curriculum.

Qual è lo stile di vita di uno studente? Che difficoltà si incontrano?

Lo stile di vita è molto spartano. Non direi che lo studente italiano abbia particolari difficoltà di adattamento. Vivere in America è facile, e anche relativamente economico. Per esempio, gli appartamenti non ammobiliati sono già forniti di cucina, armadi a muro, spesso lavatrice il che significa che, trovato l’appartamento, bastano un materasso, una sedia ed un tavolo per iniziare a studiare. C’è un mercato enorme di scelte abitative, per tutti i gusti ed è possibile sistemarsi nel giro di 6-7 giorni. Il costo è che si finisce per comprare la poltrona Poang da IKEA: dopo 3 mesi si scopre che ce l’hanno due terzi degli studenti, così come tutti hanno gli stessi scaffali, sedie, divano… tranne qualche fighetto con la puzza sotto il naso, o il mio compagno giapponese il cui unico pezzo di arredamento era un materasso sul pavimento – e che nonostante questo è riuscito inspiegabilmente ad appiccare un incendio (tutto vero!). Eccezioni a parte, la borsa copre le spese, i viaggi di ritorno in Italia un paio di volte all’anno, qualche cinema o concerto ma non molto di più. Del resto non è che ci sia il tempo per scialare. Il primo anno è durissimo. Può essere confrontato, come intensità, agli ultimi due mesi prima dell’esame di maturità (almeno per come lo ricordo io), ma dura un anno. Gli altri anni, passati i prelim (gli esami di ammissione al resto dei corsi), sono un po’ più leggeri, ma rimangono intensi.

Ma nonostante lo studio matto e disperatissimo e i pochi soldi, ho un bellissimo ricordo di quegli anni: la vita sociale e culturale di noi studenti, ad eccezione del primo anno, era molto attiva (feste nei week-end, qualche cena al ristorante, cinema, concerti, qualche serata all’orchestra o all’opera con biglietti scontati per studenti). Io e mia moglie viaggiavamo anche abbastanza spendendo poco, risparmiando nulla.

Cosa e come si studia?

Durante il primo anno di economia se ne vede poca. Si ri-studiano partendo da zero le materie (micro, macro, econometria) che contengono gli strumenti necessari a studiare le materie economiche del secondo anno. Si impara molta matematica, ma è un’infarinatura di vari tipi matematiche un po’ speciali (real analysis, linear algebra, game theory, dynamic optimization). Per molti c’è il rischio di subire un complesso di inferiorità ed esagerare, finendo per iscriversi a corsi avanzati offerti dai dipartimenti di matematica, sprecando tempo: alla fine serve solo quello che viene offerto dal dipartimento di economia, nulla di più.

Passato il primo anno, se serve, si imparerà più matematica. Ma più spesso al secondo anno si scelgono uno o più fields (labor, international, development …), si cominciano a studiare problemi “reali”, superando il complesso di inferiorità con lai matematica (anche se a qualcuno rimane il vizio). Dal terzo anno si comincia a sviluppare la tesi. Per molti è un passaggio difficile: superare gli esami è facile, molti di noi l’hanno fatto con successo fin dalle elementari. Elaborare un progetto di ricerca è una cosa nuova, non si sa dove trovare l’idea, e nessun professore serio te la fornirà mai. Qualcuno inizia lavorando come research assistant, o collaborando assieme ad altri studenti. In molti dipartimenti esistono “seminari” dove studenti del terzo-quarto anno espongono le proprie idee in nuce e vengono bersagliati da critiche.

In pratica, dal terzo anno si rifà la gavetta, in un processo che spesso lascia dei morti per strada. C’è chi infatti non riesce a completare il percorso pur avendo superato bene gli esami. Spesso si tratta di persone brillantissime analiticamente, ma incapaci di leggere dalle pagine dei giornali quale sia un problema sociale interessante da analizzare. Magari perché il giornale non lo leggono. Poco male per loro: si limitano ad acquisire un Master, che in molte università viene conferito dopo aver superato gli esami del secondo anno, e spesso finiscono a lavorare in una consulting firm, o per un hedge fund, e guadagnano un multiplo di quanto si guadagna nell’ambiente accademico.

In genere, il rapporto con i docenti è eccellente, quasi alla pari, specie se si è bravi. Ho sentito giudizi completamente opposti sulla disponibilità dello stesso docente: i meno bravi sono un po’ ignorati, comprensibilmente: il tempo è scarso e il docente alloca le proprie risorse scarse dove possono fruttare meglio. Fra studenti non c’è competitività: si collabora molto, sia per gli esami e sempre più frequentemente nella ricerca; le collaborazioni iniziate durante il PhD spesso continuano per tutta la carriera. Rimane però una buona idea entrare nel mercato con un articolo con solo il proprio nome.

E dopo il PhD?

La stragrande maggioranza dei circa 1200 PhD in Economics americani trova lavoro, non necessariamente in ambito accademico. La maggioranza dei dipartimenti ha 1 o 2 posti da assistant professor che si aprono ogni anno, quindi se aspirate ad una top 10, ci sono al più 20 posti disponibili. Ai pochi che riescono a trovare un’occupazione in una università di buon calibro aspetta una vita lavorativa inizialmente un po’ stressante (prendere tenure – il contratto a tempo illimitato – è dura, e si impiegano più di sei anni) ma appagante dal punto di vista intellettuale ed economico. Gli economisti accademici sono fra i più pagati fra le varie discipline, ma il salario dipende molto dal successo della propria ricerca, ed è molto variabile. All’incirca, il rapporto fra il più alto e il più basso salario dei full professors è circa 5, a fronte di un carico di insegnamento proporzionalmente inverso. A livello di assistant professor, i salari sono molto più compressi, il corrispondente fattore è di circa 2 a 1 (vale sempre l’inverso per l’insegnamento).  Il vero costo, non indifferente né trascurabile è quello di emigrare, che è del tutto personale: c’è chi dopo 5 anni non parla più italiano, c’è chi dopo 20 si porta il sale grosso in valigia al ritorno delle vacanze “altrimenti la pasta non ha lo stesso gusto”. Ma gli economisti hanno generalmente il lusso di essere molto flessibili non essendo, come altri scienziati, legati a un laboratorio. Si può passare l’estate in Italia lavorando anche in vacanza al mare, anzi, lo facciamo in molti. Si viaggia molto, ma non troppo se non si vuole farlo. Chi fa bene può aspettarsi un percorso professionale appagante sia economicamente che culturalmente.