La questione catalana – II

La questione catalana – II

Perché l’indipendenza della Catalogna (e, per estensione, quella del Veneto, della Lombardia, eccetera) non mi convince e perché, al contempo credo ponga una questione che non si risolve con l’uso strumentale e, alla fine, violento dell’argomento illiberale secondo cui “la legalità costituzionale è questa e non si discute”. Questo articolo è comparso, in versione leggermente diversa, su Linkiesta del giorno 8/10/2017.

A volte, in nome della libertà, bisogna stare dalla parte di chi, sbagliando, perde. Concludevo così l’articolo precedente (scritto la sera del 1/10/2017) ed i fatti odierni (10/10/2017) mostrano che il movimento secessionista catalano – anche per la sua “torpeza”, ignoranza ed arroganza (sub)culturale e non solo per le violenze ed ostruzioni del governo di Madrid – si è avviato, forse cosciente, verso l’ennesima sonora sconfitta. Un’altra Brexit, insomma, solo molto più rapida e, in un certo senso, molto più drammatica per gli abitanti del paese che l’ha perseguita. Al contempo, è palese che oggi come negli anni ’30, che la questione catalana rimarrà viva, irrisolta ed infatti fonte di guai e danni per la Spagna intera prima che per la Catalogna stessa. Per questo occorre cercare di capirne qualcosa, anche perché essa porta in se delle lezioni importanti per l’Italia e l’Unione Europea. Lezioni che sia le elite politiche italiane che quelle europee continuano ciecamente ad ignorare

In Italia, in particolare, i media continuano a diffondere parecchia cattiva informazione la quale alimenta un’acredine che riflette ostilità ideologiche maturate nei lontani anni ’30. Ed è un peccato perché gli italiani sono fra quelli che maggiormente dovrebbero apprendere qualcosa di utile – altro dall’ottusa reazione nazionalista e centralista – dalla crisi catalana. Se avete la pazienza di seguirmi proverò a sviluppare, in altre tre puntate, un ragionamento che va al di là dell’episodio catalano e offre una chiave di lettura generale per questioni che la Ue dovrà per forza affrontare nei decenni a venire. Nell’ordine: diseguaglianze territoriali e federalismo fiscale, tutela delle minoranze linguistico-culturali, i grandi stati nazionali ed il processo di costruzione di un’Europa federale.

Prima di far questo meglio chiarire quelli che, a mio avviso, sono i dati del contendere specifico in Catalonia. Nell’articolo di alcuni giorni addietro ho affermato di considerare il progetto d’indipendenza della Catalogna un errore. Al tempo stesso, ho documentato come il governo di Rajoy, e il PP in generale, abbiano cinicamente messo in moto circa dieci anni fa (per pure ragioni elettorali nel resto di Spagna) un attacco a tutto campo contro il “catalanismo”. Questo attacco – erede culturalmente e socialmente d’istanze tanto nazionaliste quanto le catalane, ma distintamente “franchiste” – ha causato lo scontro odierno, le violenze poliziesche già avvenute e quelle che, con ogni probabilità, ancor più verranno. Provo ora a meglio motivare queste valutazioni.

L’indipendenza della Catalogna mi sembra dannosa, in primis, non perché avversata dal resto di Spagna – nei divorzi è frequente che una delle due parti si opponga, nondimeno il divorzio è spesso salutare per entrambe – ma perché, senza alcun dubbio, esiste una percentuale molto alta dei residenti in Catalogna che non la vuole. Se il governo spagnolo avesse permesso il referendum di domenica scorsa oggi avremmo un’idea precisa di questa percentuale e – s’è vero quanto i sostenitori della sacralità costituzionale sostengono – l’indipendenza sarebbe stata cassata dalla maggioranza dei catalani stessi. Per mille ragioni, inclusa la violenta pervicacia con cui il referendum è stato boicottato, ritengo che in un referendum “ben fatto” il “Sì” all’indipendenza avrebbe vinto con un margine esiguo. O forse no.

Di certo, dopo quasi 40 anni di frequentazione della Spagna, di cui quasi 30 nel mezzo del dibattito politico ed economico, non ho alcun dubbio che, in Catalogna, le percentuali di favorevoli-contrari oscillino tra il 50-50 ed il 60-40. E con, al massimo, solo il 60% della cittadinanza favorevole, fare una secessione equivale ad una follia. Ma vi è altro: come molti hanno osservato l’indipendenza “di colpo” è dannosa perché porterebbe la Catalogna fuori dall’Unione Europea, quindi dall’Euro e dalla protezione finanziaria che esso offre. Anche ai catalani. Insistere, come fanno i leader indipendentisti, che questo avverrebbe solo perché la Spagna utilizzerebbe per vendetta il proprio potere di veto all’entrata della Catalogna è infantile, anche se vero. Nei giochi fra adulti (la politica internazionale è un gioco riservato strettamente agli adulti) ci sono anche i “cattivi” ed un leader politico deve avere la capacità di vedere la differenza fra un giudizio morale – la Spagna vieta per vendetta – ed uno politico che rispetta le regole del gioco. Se un leader politico ignora questa differenza fa solo i capricci.

Vi sono altre ragioni per ritenere la secessione una jattura. Fomenta provincialismo culturale e quindi economico, evidente già ora. Genera grandi costi addizionali a carico delle imposte di una regione che è più ricca del resto di Spagna ma ugualmente indebitata. Causa danni gravi nel sistema finanziario perché, mancando persino una procedura condivisa di separazione, il debito catalano e spagnolo ne subirebbero contraccolpi pericolosissimi. Una volta messi assieme, questi elementi fanno pendere la bilancia a favore di una continua trattativa politica con Madrid, tesa al raggiungimento di un compiuto sistema federalista, e contro il tentativo secessionista.

È a questo punto, però, che iniziano le responsabilità del PP e di Rajoy in particolare. Ho già illustrato nell’articolo citato sopra il loro decennale sforzo di eliminare l’accordo raggiunto nel 2006, fra il parlamento spagnolo e quello catalano, su un testo di statuto per la Catalogna che avrebbe mantenuto l’unità legale e sostanziale del paese, svuotato ogni istanza separatista e soddisfatto la grande maggioranza dei catalani riconoscendo l’esistenza di quella identità nazionale (ovvero, culturale e linguistica ma non necessariamente statuale) che, purtroppo, trova oggi espressione forzata nel tentativo di secessione. Tentativo che, sia chiaro, io ritengo fallimentare e che ogni persona razionale dovrebbe sforzarsi di fermare senza l’uso della forza repressiva dello stato.

Oggi come oggi la situazione spagnola ha la dannata caratteristica di rendere irragionevole lo schierarsi a favore di una delle due parti per la semplicissima ragione che le “due parti” sono rappresentative di posizioni minoritarie nel complesso del paese e, forse, anche in Catalogna. Vale la pena ricordare che il PP governa ma non ha nè il supporto della maggioranza degli elettori nè, da solo, del parlamento. E lo stesso vale, in Catalogna, per la coalizione di governo. È ragionevole argomentare che la maggioranza degli spagnoli e dei catalani non cerca lo scontro, che è invece l’obiettivo dei due estremismi: gli indipendentisti ed il PP. Purtroppo le altre forze politiche sono oggi o ben prigioniere dei loro interessi di governo e potere (Ciudadanos) o vittime della loro incoerenza e debolezza politica (PSOE, PSC, Podemos) che li rende incapaci di coalizzarsi per imporre al governo spagnolo ed a quello catalano una tregua alle ostilità, prima che essi degenerino in peggiori violenze, ed un ritorno alla politica.

Sono perfettamente consapevole – ed i fatti degli ultimi giorni lo confermano – che queste siano prediche inutili che pochissimi ascoltano. Nondimeno, se la storia d’Europa ci costringe ad essere solo spettatori di eventi che non possiamo dominare, credo sia meglio farlo con coscienza storica e politica piuttosto che fare i “tifosi”, alimentando lo scontro altrui per appagare i propri odi ideologici. Vedere praticamente l’intera “destra liberale italiana”, in particolare quella proveniente da FLI, scatenarsi nell’apologia di Rajoy, dello stato di diritto, della legalità e della inviolabilità delle costituzioni e dell’unità nazionale, non mi ha stupito ma mi ha alquanto irritato. Non solo perché queste affermazioni vengono, ipocriticamente e strumentalmente,  da chi da sempre, ritenendo la costituzione italiana la fonte di tutti i mali, ha cercato e o ben di ignorarla o ben di stravolgerla a colpi di semplice maggioranza. Ma soprattutto perché questi argomenti sono d’una povertà intellettuale imbarazzante.

Mi riprometto di ritornare dettagliatamente sul tema in un post specifico, su nFA, non su Linkiesta, limitandomi qui ad una semplice osservazione “professorale”. L’argomento “la costituzione si può cambiare solo con i meccanismi che essa stabilisce internamente, perché il sistema della legge e del diritto è un sistema completo e chiuso che si autolegittima” è un argomento positivo – del tipo: la forza gravitazionale funziona secondo queste leggi, vi piaccia o meno, il cancro al fegato ha queste e quest’altri cause/effetti, eccetera – e non normativo. Nel dire che è un argomento positivo non intendo affermare sia storicamente vero: lo è a volte e non lo è in dozzine di altre, ma questo ora è secondario. Aggiungere che l’argomento passa da positivo a normativo perché la costituzione in questione è “democratica” non solo e’ pura retorica (da quando in qua l’utilita’ sociale dello stato di diritto si fonda sul suffragio universale?)  ma, come dicono da queste parti, e’ anche assai “disingeneous”: anche quella dell’URSS lo era o, se proprio vogliamo, anche quella della Russia attuale lo è. Ma questo,come detto, merita una riflessione a parte.