Il governo rosso-brunato. V

Il governo rosso-brunato. V

Da dove spunta il populismo politico attuale, secondo cui “uno vale uno”, “i tecnocrati son la causa della crisi”, “per governare bene basta essere onesti”, e così via? L’hanno davvero inventato Grillo e Salvini? È davvero la grande novità che sembra essere?

Continuo l’apodissi (grazie ad un anonimo lettore per la correzione) delle quattro colonne ideologiche dell’alleanza rosso-brunata. Dopo il moralismo cattolico veniamo al populismo politico (pp).

L’argomento è stato ampiamente studiato nella scienza politica e le definizioni/teorie son fin troppe. Per parte mia questo libro, d’un vecchio maestro, m’ha insegnato molto; a chi volesse approfondire il tema suggerisco di leggerlo. Altre indicazioni non aggiungo. Osservo, però, che, in questo caso, Gramsci non è molto utile e che la sua nota teoria – secondo cui il populismo è sempre un “trucco” della destra che, per imbrigliare le masse popolari, prende a prestito la retorica e non la sostanza di temi come lavoro, uguaglianza, tasse, servizi sociali – non sembra reggere all’esame dei fatti storici. Questo populismo è sia rosso che brunato per davvero, ed è una sintesi inevitabile dell’intera storia nazionale, compresa quella dellla sinistra.

Due sono gli elementi che accomunano gli elettorati di Lega e M5S nella loro visione politica populista.

(i) La democrazia consiste nell’attuazione della volontà del popolo o, meglio, della sua maggioranza, contro i suoi nemici. Quando la maggioranza del popolo “esprime” una preferenza essa va realizzata e gli oppositori ridotti al silenzio o ignorati. La democrazia compiuta tende alla democrazia diretta, ovvero ad una relazione non mediata fra popolo ed esecutivo. Il potere esecutivo ha un rapporto diretto con il popolo la cui “volontà” esiste e va interpretata/realizzata. Il potere legislativo è secondario e svolge puramente una funzione di ratifica o di camera di risonanza. La volontà del popolo si esprime con il voto che “elegge” un leader, un capo dell’esecutivo. Ma si esprime anche fra un’elezione e l’altra, nelle piazze, nei sondaggi, nei social network, nel consenso espresso dai media verso le azioni dell’esecutivo. I governanti mantengono un rapporto continuo, non mediato da corpi intermedi, con il popolo che essi rappresentano. Se questo vi ricorda l’uso che i vari Di Maio, Erdogan, Grillo, Salvini e Trump fanno delle piazze, delle televizioni e dei social network avete colto il punto. La democrazia, nella versione populista, consiste esattamente in questa relazione “organica” fra il “popolo” ed il suo “capo” (o capitano) che guida il popolo nella continua battaglia contro il nemico. La politica democratica è questa cosa qui. Schmitt on the web? Più o meno.

(ii) Il cosidetto liberalismo politico (da non confondersi con il titolo di un libro di John Rawls in cui presenta la sua visione della liberal-democrazia) è una cosa piuttosto controversa da descrivere, quindi non ci provo. Ai fini di questo articolo esso consisterà in alcune affermazioni: (a) le costituizioni definiscono gli spazi in cui, e le regole con cui, si esercita il potere politico (esecutivo, legislativo e giudiziario) e sono il fondamento dello stato di diritto; (b) lo stato di diritto (insieme delle leggi in essere) ha precedenza sulla volontà politica della maggioranza a meno che questa non modifichi, secondo le procedure in (a), le leggi in essere; (c) vi sono ambiti in cui la maggioranza (via esecutivo-legislativo-giudiziario) non può agire a proprio piacere e diritti che non può eliminare, essi servono a proteggere le minoranze; (d) il rapporto fra elettori ed eletti ed il processo decisionale che parte dall’elettorato e si conclude con atti legislativi e di governo è mediato da corpi intermedi con funzione rappresentativa e le regole di funzionamento dei quali preservano diritti inalienabili delle minoranze. Il populismo politico nega, totalmente o parzialmente, questi quattro principi (oltre a molti altri che qui non entrano in gioco).

Un aneddoto, che spero renda l’idea. Circa cinque anni fa, in un dibattito pubblico con un esponente politico piuttosto noto (ora caduto in disgrazia) della destra italiana, questi mi disse che se una regola costituzionale non è condivisa dalla maggioranza politica la si DEVE ignorare perché essa costituisce un ostacolo alla realizzazione DEMOCRATICA della volontà del popolo. Il mio tentativo di spiegare che questo metodo poco aveva a che fare con la liberal-democrazia venne accolto più con incredulità che con irritazione. Il signore non riusciva bene a comprendere cosa intendessi e mi rispose che ero “anti-democratico” ed “elitario”.

Quanto contenuto in (i) e (ii) sopra costituisce oggi il punto di vista che accomuna quel 60% o più dell’elettorato italiano che appoggia questo governo. Infatti, non credo di esagerare nel dire che tali principi sono condivisi anche da una grande percentuale di quegli elettori che hanno votato il 4 marzo per altri partiti. La mia impressione è che questa sia la visione della democrazia che 3/4 dei cittadini italiani hanno. E questo è, evidentemente, un probema.

Da dove viene? Per una volta la risposta mi sembra abbastanza semplice: questa visione della democrazia accomuna le tre grandi correnti ideologiche che dominano da un secolo e più la politica italiana: quella social-comunista, quella fascista e quella cattolica. Ho detto un secolo e non due o tre per la semplice ragione che, sino agli anni successivi la prima guerra mondiale, la grande maggioranza dei cittadini italiani era rimasta esclusa dai processi politici e quelle tre grandi correnti ideologiche non avevano potuto esprimersi compiutamente. La visione populista della politica era comunque dominante anche prima del 1918: Garibaldi e Mazzini, per menzionare i due più noti “eroi” risorgimentali, erano politcamente dei populisti come si può evincere dai loro (confusi) scritti (che potete trovare in rete).

Non sto dicendo nulla che non sia ampiamente noto a chi si occupa del tema. In questo panorama plurisecolare vale la pena notare come la Costituzione repubblicana rappresenti una discontinuità ed un tentativo (di successo per alcuni decenni ma oggi apparentemente fallito) di introdurre elementi non populisti nel sistema politico italiano. Mi piacerebbe avere il tempo di esaminare quali straordinari meccanismi di selezione avessero prodotto, in quell’unica istanza nei 160 di storia unitaria, una elite politica così diversa dalle precedenti e dalle seguenti; ma non ce l’ho.

L’insegnamento dei fatti storici è, comunque, che questi elementi anti-populisti (esito a definirli propriamente liberal-democratici, anche se quella era la direzione presa) non divennero, nei decenni in cui la prima repubblica funzionò propriamente, patrimonio culturale della maggioranza degli italiani. Anche le ragioni di questo fallimento sono abbastanza ben comprese. Mentre a livello alto o ufficiale il confronto politico avveniva lungo linee fondamentalmente non populiste, nella realtà quotidiana delle città, delle scuole e dei luoghi di lavoro, il personale politico intermedio, gli intellettuali e spesso anche alcuni dei leader nazionali, predicavano il proprio particolare tipo di populismo politico. Per quasi trent’anni questi populismi rimasero “sopiti” nell’azione parlamentare e di governo, il fascista in particolare, ma continuarono ad operare nella propaganda e nel dibattito di massa. Non vennero sostituiti da nulla di diverso perché le elite italiane si riconoscevano nell’una o nell’altra forma di populismo, occultandolo quando conveniente ma diffondendolo quando possibile. Pensate al cinema, alla letteratura, alla stampa (popolare e non) e alle modalità con cui si chiamavano i propri seguaci alla lotta politica. Pensate alla continua descrizione, comune alle tre parti, dell’avversario come il male, l’oppressore (al potere o potenziale), il nemico da sconfiggere, e così via … durante tutti gli anni che vanno dal 1948 al periodo del Compromesso Storico: c’e’ una storia socio-culturale da riscrivere qui, ma non lo so fare.

La crisi della prima repubblica, che iniziò con i conflitti post 1969 e durò due decenni, offrì ai populismi “sopiti” l’occasione per uscire allo scoperto e confrontarsi nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nelle università. Finalmente, a partire dall’inizio degli anni ’90, i temi cari ai tre populismi cominciarono a trovare accoglienza nei media “ufficiali” e nelle televisioni, quelle berlusconiane in particolare. Anche qui sto raccontando l’ovvio ma è un ovvio su cui è bene focalizzarsi. Il linguaggio politico, le nozioni di democrazia, popolo e rappresentatività che informano oggi Lega e M5S (ed infatti anche LeU, buona parte del PD ed ovviamente Fd’I e FI) sono la filiazione diretta, nell’era dei social e della rete, dell’assemblearismo di sinistra e di destra degli anni ’70 e delle grandi adunate di Comunione e Liberazione.

A questa osservazione molti lettori reagiranno dicendo: aspetta un attimo, dal 1969 sino all’inizio degli anni ’80 erano i temi del populismo comunistoide a dominare il dibattito pubblico, gli altri due populismi erano praticamente invisibili. Questo è senz’altro vero ma è un’analisi parziale che fa attenzione solo a ciò di cui i media parlavano e non a ciò che accadeva. Perché, mentre è vero che l’assemblearismo pubblico – con il suo messaggio di democrazia diretta, di egualitarismo tanto di fantasia quanto imposto, di relazione mistica fra popolo e leader, eccetera – era senz’altro dominato dai marxisti, esso in realtà non coinvogeva la maggioranza della popolazione, nonostante le fantasie del mondo intellettuale e giornalistico che veniva in quegli anni totalmente occupato dal populismo marxista. Sotto di esso e nelle sue pieghe continuavano a vivere e prosperare il populismo politico cattolico (di cui CL fu l’esempio più eclatante ma non unico) e quello fascista. Infatti. se dobbiamo giudicare dai risultati elettorali, furono queste due configurazioni ideologiche a definire la visione del mondo della maggioranza silenziosa, che era invisibile ma maggioranza. Il populismo fascista, in particolare, si vide pochissimo in piazza e rimase “sotto radar” ma esso venne trasmesso dai programmi scolastici (dove l’educazione civica, ovvero l’insegnamento di come funziona un sistema costituzionale liberal-democratico, era uno scherzo imbarazzante) e dalla conversazione “popolare” dove la richiesta dell’uomo forte che parla al popolo e risolve i problemi non è mai scomparsa.

Sto di nuovo ripetendo cose note ma ufficialmente dimenticate: nel discorso pubblico italiano il modello dominante di democrazia è stato sempre quello populista, in una delle tre accezioni menzionate. Se rileggete le definizioni contenute in (i) e (ii) sopra vi rendete conto che esse sono consistenti con programmi economico-sociali fascisti, comunisti o cattolici. La metodologia politica e la concezione di cosa sia la “democrazia” non cambia, è invariante rispetto al resto del messaggio. Per l’analisi che sto svolgendo è questo che conta e spiega perché questa particolare colonna culturale del rosso-brunaismo abbia una “apodissi storica” relativamente semplice: è il prodotto della storia italiana e delle ideologie che le elite politiche ed intellettuali hanno insegnato alla popolazione da quanto l’Italia esiste come stato unitario. Questo ovviamente apre il capitolo della responsabilità storica di tali elite, ma questo lasciamolo per un altro capitolo.

Il fatto storico è evidente: il pp è il prodotto storico della cultura politica italiana e definisce la concezione della democrazia condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Ad esso hanno contribuito tutte e tre le grandi famiglie ideologiche ed esso costituisce l’ossatura della loro azione politica, la quale continua ad essere metodologicamente populista. Se una di esse, quella fascista, oggi lo rivendica con orgoglio, le altre due (quella di sinistra in particolare) cercano inutilmente di negarne la paternità a mezzo di scandalizzate dichiarazioni dei loro dirigenti politici e del loro ceto intellettuale, quello giornalistico in particolare – pensate alle recenti ed ipocrite grida d’allarme che arrivano da Repubblica, Corriere della Sera, Espresso ed anche Avvenire.

Questa particolare forma di denegazione, che impedisce di affrontare e superare le proprie contraddizioni attraverso una vera catarsi liberatoria (politica e di classe dirigente, in questo caso, non emozionale) è un problema serio assai per chiunque si chieda come possa crearsi un’alternativa credibile e duratura all’ideologia rosso-brunata oggi dominante.