Il governo rosso-brunato. IV

Il governo rosso-brunato. IV

Il “Moralismo Cattolico” nel carattere nazionale e nell’ideologia rosso-brunata italiani. Ho avuto ed ho problemi nello scrivere questo articolo perché, pur pensando d’aver chiaro nella mia mente il percorso logico, mi rendo conto della mia incapacità d’articolarlo in parole semplici e senza dilungarmi troppo. Ci provo, pronto a scoprire che magari quanto scrivo è del tutto vacuo.

Nel primo articolo di questa serie ho affermato, piuttosto apoditticamente, che

Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico (“prima gli italiani”, “fermare l’invasione”, “basta diktat da Bruxelles” …), del Socialismo economico (“contro il mercato globale”, “contro il neoliberismo”, “più stato e più spesa” …) e del Populismo politico (“uno vale uno”, “noi siamo i difensori del popolo”, “basta tecnici, decide il popolo” ….). […] Meno evidente il “Moralismo cattolico”, che è invece sia ben presente che essenziale.

In questo e nei tre articoli seguenti vorrei provare a giustificare un po’ più dettagliatamente queste affermazioni, cominciando dall’ultima. Cosa intendo con “moralismo cattolico” (mc) ed in che senso esso definisce un tratto culturale che accomuna gli elettorati dei partiti oggi al governo?

Executive summary: la parrocchia, l’oratorio, la compagnia con cui si andava in chiesa (per vedere le ragazze o i ragazzi) ed i riti (non solo, ma soprattutto, religiosi) che scandiscono i tempi dell’identità nazionale. Un’identità che si fonda – vero o falso che sia come fatto storico poco conta, perché oramai questa è la maniera in cui il 90% e più degli italiani si pensa e si vive – sul fatto di essere i depositari d’una cultura e di modi di vivere che sono l’essenza del mondo occidentale. Nel nocciolo di questa visione di noi stessi sta l’idea (abbastanza immaginaria ma fortemente creduta) di un insieme di comunità locali che, raccolte attorno alla chiesa, conservano il meglio di ciò che attorno al Mediterraneo è stato prodotto e che ha come punto d’approdo la cittadina italiana, le sue norme ed ai suoi riti.

Nel parlare di mc, non ho in mente la teologia morale ufficiale della chiesa cattolica, né le sue molte varianti prodotte dai diversi filoni di pensiero “alto” del mondo cattolico italiano da Murri a Sturzo a La Pira a Montini … sino ad arrivare, ai giorni nostri, al sempre stimolante Renzo Gerardi. Per questa ragione uso il termine “moralismo” invece che “morale”: perché mi riferisco a quella cosa pensata e praticata quotidianamente dalla grande maggioranza degli italiani che vanno in chiesa (magari nonregolarmente ma certamente a Pasqua, Natale, matrimoni, battesimi e funerali) e che si vivono come “cattolici”.

Meglio ripetere che ho dubbi sostanziali su questa mia lettura, dubbi che preferisco elencare prima ancora di raccontare quel che ho in mente.

Forse il cattolicesimo, nel senso specifico, c’entra nulla e nemmeno il cristianesimo. Forse essi sono solo dei simboli che rappresentano altro, ovvero il desiderio di sentirsi speciali e diversi e, certamente, “migliori”. Forse l’idea, diffusa in Italia, del nostro essere “brava gente”, buona e generosa, nulla ha a che fare con il cattolicesimo e la sua bimillenaria diffusione nella penisola. Forse non c’è nulla di particolarmente cattolico nella visione “egalitarista popolana” (dettagli più avanti) che credo accomuni M5S e Lega e che è uno dei pilastri del loro governare assieme. Forse la mia idea che il modello di relazioni sociali proprio del moralismo cattolico – il gregge di buone pecorelle, uguali fra loro, guidato da un pastore benevolente e capace – non fonda la fantasia nazional-socialista che i teorici del regime diffondono … ma, al momento, gli elementi a favore di questa interpretazione mi sembrano maggiori di quelli contro, Quindi ve la propongo ricordandovi che sto riflettendo su uno dei quattro pilastri e che ve ne sono altri tre, oltre al loro collante. Se è tutto un equivoco, fatemelo notare.

Su cosa si fonda questo mc? Sul paese, la parrochia, le tradizioni secolari (dalla festa del patrono al dialetto locale, dai santi “nostri” alla cucina locale alla narrazione delle mille storie del paese) ed una nozione di comunità che consiste in una presuntuosa sopravvalutazione della propria integrità e creatività, personali e collettive, rispetto a quelle di chi viene da fuori. E si fonda anche sull’ntolleranza non tanto verso il male (siamo tutti peccatori, però noi ci confessiamo e loro no) quanto verso un prossimo diverso da sé, estraneo alla comunità (spesso familiare) a cui ci si sente di appartenere da sempre. Il fatto che la chiesa ed il parroco attorno a cui ci si raccoglie siano “cattolici” diventa, in questo processo identitario, un fattore di secondaria importanza. Conta maggiormente l’identità definita tanto territorialmente quanto religiosamente.

Il moralista cattolico italiano è convinto che il “cattolicesimo vero” sia quella cosa che si pratica o a cui si crede nei paesi e nelle cittadine italiane e che ogni altra variante sia, in qualche maniera, inferiore o alterata. Egli crede anche che il popolo, di per se, sia “onesto” (ho tolto l’h) e che tale essenziale onestà si possa dispiegare se e solo se il pastore che guida il popolo è anch’esso “onesto”, perché espressione diretta del “popolo”. La crisi italiana, in questa lettura, è causata dal fatto che le elite nazionali, sino ad ora, non erano “oneste” né espressioni del popolo. Erano ad esso estranee e disoneste, da cui la necessità di un nuovo gruppo di pastori, espressione diretta del popolo e, quindi, composto di persone semplici ed oneste quanto il popolo stesso. Non è forse questo che i parroci d’Italia hanno predicato ai loro greggi da secoli? Questo io chiamo egualitarismo popolare: esso si regge su una distribuzione bi-modale degli individui. Da un lato il popolo – composto da uguali accomunati dalla religione e dalle credenze e pratiche comuni – e dall’altro i pastori espressione del popolo. I parroci ed i vescovi l’altro ieri, i signori ed i maggiorenti ieri e questa nuova leva di “politici buoni” che sono stati ora inviati al parlamento in sostituzione delle anteriori elite corrotte, che s’erano vendute allo straniero per tornaconto personale. Questo rende possibile un ritorno a quella “età dell’oro” che venne dissolta da elite disoneste. Uno vale uno, siamo onesti, siamo brava gente e ci rappresenta della brava gente.

Ho cercato qui e là, in questi giorni, dei testi che potessero esprimere in modo diretto tale punto di vista. Il seguente, scritto dall’autore anche di quest’altro testo, mi  è sembrato quello più semplicemente rappresentativo.

Siamo di fronte a una prospettiva apocalittica: l’estinzione degli italiani, la loro sparizione dalla storia a causa di un crollo demografico che sta diventando irrimediabile. Intanto i nostri politici fischiettano con noncuranza, assorbiti dalla contesa delle poltrone, mentre lasciano che un fiume di migranti, di diversa cultura e religione, sbarchi e si insedi nella penisola e mentre, da tempo, hanno deliberato una cessione di poteri che fa venir meno l’indipendenza nazionale e la sovranità popolare. Con la sudditanza ai mercati finanziari, con la perdita di sovranità monetaria (per l’euro) e di sovranità politica (per l’Unione europea dopo Maastricht) si è assestato un durissimo colpo allo stato sociale e all’economia italiana e si riduce progressivamente lo stato nazionale a un fantasma. Nel quale infatti gli elettori e i cittadini percepiscono di contare sempre meno. Antonio Socci compie un viaggio nella storia d’Italia mostrando che il tradimento delle élite e la “chiamata dello straniero” hanno “ferito” per molti secoli la nostra storia nazionale. Il popolo italiano ha sempre reagito esprimendo la sua straordinaria genialità, che ha illuminato il mondo in tutti i campi del sapere, della vita e dell’arte (e anche con i suoi santi). Soprattutto la nostra grande letteratura ha tenuto vivi l’identità nazionale e il grido di protesta per i tanti eserciti stranieri che hanno trasformato il “Bel Paese” nel loro campo di battaglia. In particolare ha tenuto desto il senso di appartenenza a una storia millenaria e a un’identità che affonda le sue radici nei popoli italici preromani e nella Roma classica e cristiana. Radici culturali e identità nazionale che oggi una pervasiva ideologia tenta di delegittimare, di offuscare o addirittura di negare. Questo libro è anche un’accorata dichiarazione d’amore all’Italia e un’esortazione a non accettare la sua liquidazione e il tramonto dell’Occidente.

 

Forse ci leggo più di quel che effettivamente c’è scritto – collegando questo ignorante sproloquio con mille altri scritti simili, affermazioni, azioni e discorsi accumulati lungo mezzo secolo – ma io trovo qui riassunta l’identita fra “cattolicesimo”, “Occidente” ed “Italia” che Salvini icasticamente cattura con il rosario in mano ed i giuramenti pubblici sul Vangelo. La stessa identità – estranea alla teologia morale cattolica: siamo di fronte ad un altro caso eclatante di distanza fra l’elite ed il popolo che essa vorrebbe  rappresentare, ma questo è un problema che i vescovi devono porsi e non io – che potete ritrovare in quest’altro scritto di un tipo oggi leggermente meno frequente (non c’è più ISIS da utilizzare per concentrarsi sulla minaccia islamica che sovrasta l’Italia e con essa l’occidente cattolico) ma comunque tutt’ora presente nel discorso popolare del perché non possiamo accogliere più migranti. Perché sono musulmani o per lo meno non cattolici e ci sopraffaranno.

Questa identità speciale, questo senso di alterità e superiorità, per potersi mantenere in un mondo così complesso come quello attuale, si accompagnano a – oserei dire: hanno bisogno di – una sana dose di controriformistica iprocrisia. Quella del film: Signore e Signori, per capirsi, che in questa occasione lascio riassumere ad una semplice  vignetta

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Tutto questo che c’entra con 5S e Lega? Pensate ai funerali delle vittime del crollo di Genova ed a Salvini che, novello pastore delle pecorelle abbandonate, si fa i selfie con le fan sorridenti, davanti alle bare. C’è in questo gesto la medesima ipocrisia del film e della vignetta precedenti. Il mischiarsi, ad uso e consumo personale, di sacro e profano, la doppia morale che permette la celebrazione di una ritrovata identità comunitaria che afferma, al contempo, l’estraneità di chi in questa chiesa non c’è. La rilevanza del selfie con il “capitano” sta tutta qui: siamo “amici”, come ama dire appunto Salvini, siamo della stessa “compagnia”, ci vediamo nello stesso bar del medesimo quartiere. Ed andiamo alla stessa messa con lo stesso rosario in mano. Siamo “uguali”, uno vale uno ed io sono solo il pastore che voi avete scelto per vendicarvi dei torti subiti a causa delle elite corrotte e dalle minacce che i “foresti” vi stanno portando.

Chiudo qui. So di aver scritto un pezzo confuso ma continuo a vedere in queste mie confusioni un’intuizione non irrilevante. Forse altri sapranno far meglio.

P.S. Nella prima versione m’ero perso a citare Antoine Compagnon – gli antimoderni – e Franco Cassano – il pensiero meridiano – per poi rendermi conto che le loro suggestioni, nelle quali a volte mi son ritrovato e mi ritrovo, sono sia più alte del, che altre dal, moralismo cattolico che sto cercando di comprendere. Lo stesso è valso per Augusto Del Noce e svariati altri pensatori “reazionari” leggendo i quali, lungo un sentiero che va a ritroso nel tempo, ero arrivato sino a Joseph De Maistre. Ma non c’entrano nulla: il mio tentativo di scoprire le radici intellettuali e filosofiche “profonde” al moralismo cattolico che pervade l’elettorato rosso-brunato si è rivelato un fallimento. Alla fine m’era rimasto Marcello Veneziani – un guitto filosofico visibile solo perché seduto nel piatto deserto culturale della destra italiana – ed ho scelto di lasciar stare perché da Veneziani a Fusaro la distanza è epsilon e si rischia di buttar tutto in burla.