Il governo rosso-brunato. III

Il governo rosso-brunato. III

I due articoli/capitoli inizali hanno ricevuto un certo numero di commenti e di critiche. Prima di continuare con gli ulteriori capitoli che ho in mente (la mia estate italiana è ancora lunga) discuto qui, brevemente, quelle che mi sembrano le osservazioni più rilevanti.  Certamente altre ne verranno. Grazie a tutti per i commenti costruttivi, anche se critici.

– Lo spread che metterà fine a tutto. Forse sì, ma io credo (e spero) di no. Certamente i segnali non sono incoraggianti; certamente vedere che basta un niente perché i valori schizzino preoccupa; certamente vedere che il tasso reale d’interesse a cui il governo italiano si indebita è oggi sostanzialmente superiore a quelli a cui lo fanno i governi portoghese e spagnolo, preoccupa ancor di più. E, certamente, tutto questo sta già facendo molto danno agli italiani, anche se il minculpop dei nostri media non lo dice e dà spazio a loschi individui che blaterano di spread che non dovrebbero esserci. Ma, come vado ripetendo da più di un decennio, la soluzione finale con esplosione della baracca e troika al comando potrà avvenire solo se verranno fatti enormi errori da più parti o se – rischio più serio alla luce di certi comportamenti – una delle parti perseguirà ad ogni costo il disastro. Poiché la UE&BCE non hanno alcun interesse materiale in questa “soluzione” e, al redde rationem, finiranno per assorbire perdite pur di non far saltare completamente l’Italia, il problema sta ovviamente dall’altro lato, quello del governo rosso-brunato.

Questo fatto (che UE&BCE finirebbero per assorbire parte delle perdite per evitare comunque il peggio) è fonte di pessime tentazioni per la gentaglia irresponsabile che Lega (in modo particolare) ma anche M5S hanno portato al parlamento e nei paraggi del governo. Quelli sono i veri nemici, quelli vanno tenuti sotto controllo molto attentamente. Non credo, e lo ripeto per l’ennesima volta, che la maniera migliore di tenerli sotto controllo ed eventualmente sconfiggerli sia quella di rincorrere ogni affermazione idiota o pericolosa dei vari Borghi, Bagnai o Minenna. Meno ancora suonare ogni giorno il tam-tam dello spread che sale con un tono che oscilla fra la minaccia ed il compiacimento. Non è questo il terreno su cui chi vuole vincere la guerra con i rosso-bruni dovrebbe scegliere di combattere perché, come Argentina, Grecia e Turchia insegnano, il crollo finanziario può tranquillamente essere attribuito ai malefici poteri stranieri (o interni) accentuando l’isteria sovranista e rafforzando il regime. Detto altrimenti: sul terreno delle scelte economico-finanziarie vanno evidenziati gli effetti dannosi delle politiche adottate (quando ci sono) e va ossessivamente spiegato che le stronzate su BCE, spread e monete parallele tali sono, stronzate. Ma guai a cadere nella trappola di seguire ogni provocazione e, soprattutto, d’invocare il tanto peggio tanto meglio perché così arrivano gli elicotteri. Non arriveranno.

– Il ruolo di ignoranza, irrazionalità di massa, credenze varie. Dedicherò un capitolo a questo tema, perché sono fra coloro che ritengono esso abbia giocato e giochi un ruolo. L’executive summary, in due parti, è relativamente semplice. Il fenomeno è generalizzabile all’intero mondo “Occidentale”, anche se con intensità diverse. Quindi dobbiamo chiederci quali fenomeni culturali, comuni all’intero Occidente, portino all’emergere, in forma nuova, di vecchi irrazionalismi. In Italia mi pare che la cosa acquisti una virulenza particolare ed investa aree che altrove sono sino ad ora rimaste immuni. Quindi occorre anche chiedersi cosa vi sia, di particolare, nella cultura e nel sistema educativo italiano che ci distingue dal resto. Ma la semplice “ignoranza” non risolve nulla: c’era anche 50 o 70 anni fa ed era molto peggiore. Quindi non può essere semplicemente una questione di “ignoranza” (almeno in livello assoluto, questa è diminuita ovunque, anche se in Italia più lentamente che altrove) né di crescita del numero di idioti (ogni misura di QI che io conosca è stabile o si è spostata leggermente a destra). La questione, a mio avviso, sta nel rapporto (i) fra complessità del sistema e capacità di comprenderne il funzionamento (fenomeno generalizzato all’intero Occidente) e (ii) fra tipologia delle conoscenze mediamente acquisite e loro adeguatezza alla comprensione dei processi in corso (qui l’Italia è vittima del suo essere tutt’ora preda d’una cultura funzionalmente inutile e distorcente, quella che altrove ho chiamato la cultura del classico).

– Il ruolo dei social e della rete in genere. Credo si tratti di un fattore che ha effettivamente giocato un ruolo importante, se non altro perché la velocità con cui certe opinioni o visioni o finti fatti vengono condivisi crea, o non crea, fenomeni sociali. Se la notizia che potrebbe creare panico ci mette due mesi a diffondersi, il panico non si crea. Se ci mette 6 ore il panico si crea e questo ha conseguenze. Ma, di nuovo, il fenomeno è mondiale e, da questo punto di vista, non vedo niente di particolare in Italia. Quindi ci torniamo riflettendo su democrazia rappresentativa nell’era dell’informazione prodotta in modo diffuso, perché il problema è tanto tedesco quanto italiano o giapponese.

– Nord-Sud e l’Italia da disfare per rifarla federalista. Uno dei temi a cui intendo dedicare seria attenzione è quello del come son stati fatti gli italiani, ovvero di come venne costruita (a partire da Crispi ma soprattutto con la Prima Guerra Mondiale e poi con il regime fascista) la “nazione italiana”. L’Italia unita del 1860-70 venne inventata da (parte delle) elite italiane (e franco-inglesi) del XIX secolo perché conveniva loro politicamente. L’argomento “economicista/marxistoide” della necessità di costruire un mercato nazionale per rendere possibile lo sviluppo economico del nord Italia, mi è sempre sembrato una cazzata anche quando l’economia non la sapevo; ora ancor di più. L’idea di una “nazione italiana” fu un’idea tutta politica e di potere, perseguita da alcuni gruppi sociali del nord e dalla monarchia sabauda. Venne poi fatta propria da tutte le elite locali che imitarono la siciliana e campana le quali, a partire da Crispi, fecero dell’amministrazione centrale dello stato italiano un proprio feudo. Quanto ne è risultato, 150+ anni dopo, è una specie di anomalous state/nation che andrebbe disfatto per ricucirlo altrimenti, su base federale, all’interno di una Europa federale. Anche se questo non è oggi possibile, credo sia meglio aver ben presente questa irrisolvibile tensione di fondo per capire cosa ci sia di fattibile affinché l’entità nazionale così costruita non continui nel suo confuso declino.

– Carattere nazionale vs istituzioni. Potrebbe essere che tutto il mio discorrere sul carattere nazionale, sulla cultura ed il sistema d’interessi delle elite italiane sia solo il frutto di una grande, eccessiva, confusione. Ovvero, potrebbe essere che non vi sia alcuna particolarità culturale o socio-economica nazionale che ci differenzia dal resto dell’Europa avanzata e che le particolari dinamiche politiche italiane degli ultimi 40 anni siano il frutto, semplicemente, di un sistema istituzionale (costituzione + sistema elettorale + sistema dei partiti) particolarmente e sfortunatamente distorto. È una tesi diffusa, che io fondamentalmente non condivido. Ho già espresso la mia opinione sul tema in precedenti occasioni (recentemente qui) ma era comunque mia intenzione farci un’ulteriore riflessione proprio alla luce degli eventi occorsi dal referendum istituzionale del 2016 ad oggi. Altro capitolo.

– Lo spiraglio, ovvero cosa ci avrebbe permesso d’evitare questa fine. Tante cose, a dire il vero. O nessuna: come sappiamo rifare la storia del mondo a botte di controfattuali dà la stessa soddisfazione che andare al cinema per vedere i film di Hollywood dove i buoni vincono sempre ed in modo assolutamente improbabile. Però è vero che, concretamente, uno spiraglio economico non minuscolo ed un’opportunità politica sostanziale, si crearono dopo la crisi del 1992 e soprattutto con la vittoria dell’Ulivo nel 1996. Ma le classi dirigenti italiane non ebbero alcuna capacità di approfittarne e di indicare al paese, con coraggio, la strada delle riforme per entrare nell’euro da leader, a cominciare dal mondo imprenditoriale che continuò a chiedere sconti e favori invece di chiedere coraggio e grandi, radicali, riforme. Le colpe della sinistra, in questa istanza, son maggiori di quelle della destra per la semplice ragione che al governo c’era la sinistra e, soprattutto, perché quel vanitoso idiota di D’Alema ed i suoi soci non capirono un cazzo e persero anni da un lato a cercare di “circuire” BS (che invece andava ignorato e battuto sul terreno dell’azione politica concreta) e dall’altro a cercare di fare le scarpe a Prodi per acquisire il potere. Il governo D’Alema fu un esercizio in futilità e grandeur da straccioni, mentre quello di Amato lo schifo che solo uno come Amato può produrre. Ovviamente poi ritornò BS, in compagnia di Tremonti, e lo spiraglio si chiuse.

– Quanto grande è stato lo spostamento degli elettori? Reversibile o no? Non lo so ed ammetto che questi articoli siano il frutto di una scommessa intellettuale. Io vedo questo voto, e le tendenze dell’elettorato che si sono ulteriormente manifestate nei cinque mesi seguenti, come il punto d’arrivo di un processo di regression to the historical mean di un paese per il quale il primo dopoguerra (1946-1970, più o meno) fu un grande shock che lo fece deviare (in meglio) dal sentiero intrapreso un secolo prima. Esaurito quello shock positivo, sono progressivamente emersi i caratteri nazionali di lungo periodo che definiscono il rapporto fra “classi dirigenti” e “popolo” che ho provato a descrivere qui. Lo shock positivo si esaurì sia perché andò scomparendo quella (eccezionale) classe dirigente politica che aveva guidato il paese dal 1946 alla fine degli anni ’60, sia perché il mondo continuava a cambiare e le classi dirigenti italiane erano incapaci, senza “pressioni esterne”, di comprenderlo prima ancora che di gestirlo, e probabilmente nemmeno ne vedevano il vantaggio. Questa incapacità di adattamento e di evoluzione ha causato il declino e la generalizzata corruzione che conosciamo; da essi il risentimento verso quelle classi dirigenti ed il (ri)sorgere di una identità nazionale “sopita ed antica” che chiede d’avere un ruolo del mondo rifiutandosi di accettarne le regole. Perché nessuno gliele ha insegnate.

Ed infine:

– Ma è colpa del popolo o è colpa delle elite? Tema annoso, in un certo senso sciocco – nel cercare di capire cosa guidi la storia di un paese mettersi a dare “colpe” a gruppi composti da milioni di persone, raccolte in collettivi che alla fine hanno confini incerti, tende a far degradare la qualità della discussione – ma nondimeno politicamente cogente perché, a seconda di dove penda l’angolo della bilancia, ne segue che l’attività politica abbia o non abbia un senso se intrapresa in una direzione o in un’altra. Ma questa riflessione vorrei lasciarla davvero per ultima, anche perché non son certo di avere delle cose rilevanti da dire.