Il governo rosso-brunato. I

Il governo rosso-brunato. I

Riflessioni sui tempi che corrono. Partirò dalla contingenza politica italiana per poi allargare il campo d’indagine anche oltre il presente e oltre l’Italia. Esiste qualcosa che meriti “fare” o, invece, e’ più saggio sedersi sul monte a guardare come demografia, tecnologia e religione cambiano di nuovo l’Occidente e il mondo? Questa è la domanda che mi pongo.

Che il risultato elettorale dovesse essere quello che poi si è realizzato il 4 marzo e che la coalizione di governo più probabile fosse quella che poi si è formalizzata l’1 giugno scorso, l’avevo pre-detto ben prima delle elezioni. Qui trovate una versione breve di quel ragionamento e qui una più articolata. La citazione non funge da auto-compiacimento (chi se loda se sbroda, diceva mia madre) ma offre al potenziale nuovo lettore argomenti di riferimento.

Le presenti riflessioni e quelle che, dovessi percepire l’interesse di chi legge, seguiranno vogliono essere una maniera, del tutto personale, per provare a capire lungo quali strade e attraverso quali scelte l’Italia in cui sono cresciuto (quella degli anni ’50-’70) sia potuta evolversi nel paese attuale che, ingenuamente, mi sembra così diverso da quello che io “vedevo arrivare” quando divenni maggiorenne (era il 1974, per la cronaca). La conclusione, autobiografica, è che non avevo capito una beata minchia né della storia della nazione chiamata Italia, né di come i fenomeni sociali si evolvano, né, soprattutto, di come “struttura e sovrastruttura” (interessi materiali dei gruppi sociali esistenti e loro valori e modelli di vita) possano essere in equilibrio l’una con l’altra ed avere sia radici profonde che una grande resilienza a shock esterni. Ma questo è mettere il carro davanti ai buoi, quindi torno ai buoi.

Al momento, questo è solo un governo di proclami, annunci, dichiarazioni propagandistiche ed occupazione di poltrone. In due mesi di vita ed a quasi cinque mesi dal voto, di provvedimenti veri non ne abbiamo visti. Si è arrivati al ridicolo dei decreti di chiusura dei porti che, dopo essere stati annunciati, non sono mai stati perfezionati e ad un decreto c.d. “dignità” che viene continuamente alterato mentre questioni urgentissime (ILVA, Alitalia, TAV) rimangono sospese. Nessuna sorpresa: la previsione era, appunto, di un governo d’arraffatori di potere, redditi e prebende per se stessi, amici e familiari: l’operazione è ancora in corso e durerà a lungo. Faranno la “Finanziaria” perché bisogna e la faranno Tria ed i funzionari del Tesoro; dopo di che potrebbero aprirsi le danze, ma non è ovvio che succeda. Come non è ovvio che il tanto atteso “scontro” fra Salvini e Di Maio (scusate, Casaleggio Associati) debba avvenire rapidamente.

Questo per due ragioni contingenti ed una terza, più profonda e duratura, che discuto dopo. La prima è che nessuno dei due ha un guadagno ovvio da una sfida elettorale diretta: potrebbero farsi male entrambi. Al momento hanno un appoggio attorno al 30% a testa. Il M5S sa di poter pescare nell’elettorato di sinistra del PD ed in LeU, anche se le sparate razziste qui non li aiutano. Hanno quasi fatto il pieno ed il 35-40% sarebbe possibile solo se convincessero buona parte degli astenuti “sfiduciati” che vale la pena votare M5S, cosa improbabile visto che ogni giorno che passa perdono credibilità come “rinnovatori”. Questo implica che, anche se vincessero, non avrebbero una maggioranza forte abbastanza. Idem per Salvini che deve finire l’opera di assorbimento del circo Meloni e di ciò che resta di Forza Italia. Quest’ultimo lavoro richiede tempo perché finché BS ha il cervello semi-funzionante deve avere l’illusione di contare qualcosa. Se non conta politicamente più nulla vi sono due rischi: che dal mondo M5S e Lega partano vendette e che BS, frustrato, scateni i suoi media contro Salvini. Il quale non può correre questo rischio e sa, ben che vada, di avere anche lui un tetto attorno al 40% dei voti: non sufficiente per governare da solo. Rebus sic stantibus devono continuare a stare assieme facendo finta di fare la rivoluzone. Che gli va benissimo, perché acquisiscono supporto a botte di propaganda ed incamerano potere reale.

La seconda ragione per cui non possono correre a breve il rischio di nuove elezioni è che, se andasse bene a uno di loro, questi poi dovrebbe governare da solo. A quel punto la domanda di “azione riformatrice” per il vincitore finale sarebbe ben maggiore che ora. Si dà il caso che, per governare davvero, entrambi i partiti debbano affidarsi alla burocrazia ministeriale: né Lega né M5S sono in grado di esprimere, oggi o nel giro di un anno o due, una classe dirigente capace e competente. Poiché è palese che gli equilibri fra i nuovi arrivati ed il potere romano vero – dal Consiglio di Stato alle direzioni dei ministeri ai vertici di magistratura, esercito e polizia sino alle varie agenzie, per finire con CDP e Banca d’Italia – non è stato ancora raggiunto, occorre che ci lavorino e questo richiede tempo. È importante capire che nella storia d’Italia TUTTI i cambi di regime si sono accompagnati ad una lunga fase di “assestamento” nei rapporti fra il nuovo potere politico e quello burocratico at large. Non voglio entrare nei dettagli (rinvio agli studi sul tema, quelli di Guido Melis e Sabino Cassese in primis) ma la regola mi sembra ferrea e costoro sono di gran lunga i meno attrezzati per provare l’esperimento della “rivoluzione burocratica” tutta da soli. Troppo rischioso. Quindi, niente crisi di governo “endogene” per il momento. Su quelle “esogene” non mi pronuncio ma – questo è un suggerimento per quelli che ogni due giorni paventano crolli del debito – non conterei nemmeno su quello.

Il punto, politicamente strategico, da capire è che le carte sono state date ed è uscita questa alleanza di governo; e non è uscita per caso. Certo, Salvini preferirebbe vedere riflesso in parlamento quel 30% di consensi che i sondaggi gli danno ma sa anche che è troppo rischioso provare ad ottenerlo ora e che, come i fatti provano, il 50,01% del potere nella coalizione ce l’ha già. Molti si scordano che i gruppi dirigenti della coalizione rosso-bruna sono giovani e, per loro stessa ammissione, intendono stare dove sono per decenni. Perché rischiare di buttar via tutto per la fretta di fare cash-in ora?

Stabilito questo veniamo al terzo punto, che vorrebbe essere il contributo di questo articolo: entrambe le parti stanno lavorando per una fusione dinamica dei due movimenti/partiti. Il partito della nazione, di cui vaneggiava Matteo Renzi, lo stanno costruendo la Casaleggio Associati e la Lega. Il tempo deciderà chi, negli attuali gruppi dirigenti, perderà di potere a seguito dell’amalgamento-fusione e chi, invece, ne acquisirà di ulteriore. Ma questo, al momento, mi sembra un tema sia secondario che indecidibile. Vediamo invece di capire perché questo governo rosso-bruno ha alte probabilità di diventare un regime rosso-bruno espressione di un nuovo partito della nazione italiana.

Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico (“prima gli italiani”, “fermare l’invasione”, “basta diktat da Bruxelles” …), del Socialismo economico (“contro il mercato globale”, “contro il neoliberismo”, “più stato e più spesa” …) e del Populismo politico (“uno vale uno”, “noi siamo i difensori del popolo”, “basta tecnici, decide il popolo” ….). Dopo due mesi di martellante propaganda non possono esserci, a questo riguardo, dubbi residuali.

Meno evidente il “Moralismo cattolico”, che è invece sia ben presente che essenziale. Qui uso la parola “cattolico” in senso molto ristretto, con riferimento alla corrente dominante del cattolicesimo politico italiano, in particolare alla sua versione “Vaticano-CEI”. Mi rendo conto che questo susciterà controversie ma per giustificarlo in dettaglio dovrei scrivere pagine e non ne ho voglia. Quindi mi prendo il lusso di procedere in modo apodittico e di affermare semplicemente che nel cattolicesimo politico italiano, nonostante le chiacchiere, il punto di vista dominante non è mai stato quello di Sturzo, bensì quello di Gedda. In ogni caso, il ruolo del moralismo cattolico lo si trova negli slogan sulla “onestà” personale dei nuovi eletti a fronte della corruzione dei loro predecessori, nei rosari e vangeli di Salvini, nel continuo appello ad una “difesa” dell’Italia cattolica dall’assalto nero o musulmano e, più generalmente, nel continuo apparire di migliaia di “cattolici veri” a teorizzare che le affermazioni di Bergoglio o di Famiglia Cristiana o di chiunque nella chiesa italiana si opponga alla loro ri-definizione di “cattolicesimo” … costituisce un tradimento del medesimo.

Culturalmente più importanti, nella creazione di un nuovo regime guidato da un partito della nazione, sono due narrative fondamentali del cattolicesimo politico italiano. La prima, che ha le sue radici nella Controriforma, vaneggia il ritorno ad una condizione “rifondativa” in cui un popolo (omogeneo e privo di stratificazioni socio-culturali, mare di anime pure ed uguali) si affida alla guida, direzione e protezione dei suoi leader politici (che all’origine erano i preti ed i vescovi). La seconda narrativa, figlia della cosidetta “dottrina sociale della chiesa” vaneggia anch’essa di formule economiche nazionali specificamente italiane, capaci di rigettare sia il mercato che il collettivismo dei soviet a favore di una terza via in cui lo “stato buono” e le varie associazioni del “terzo settore” programmano e gestiscono il sistema economico nazionale. Da Leone XIII a Fanfani e Dossetti passando per l’IRI prima e CL dopo, questa costellazione di confuse “teorie economiche” costituisce, di fatto, la comune cultura economica sia del “popolo leghista” che di quello “pentastellato”. I quali non sono apparsi ieri in Italia: vi risiedono da decenni e, prima, votavano DC , PCI, PSI ed MSI i quali, forse, poco avevano in comune ma la visione di una “economia sociale nazionale”, quella ce l’avevano di certo.

È l’esistenza di queste profonde e condivise fondamenta culturali (su quelle sociali ci torno un’altra volta) che mi ha prima indotto ad accettare che quanto accaduto tra il 4 marzo e l’1 giugno era oramai inevitabile (vedasi gli articoli menzionati all’inizio) e che mi fa oggi argomentare l’idea del partito nazione. Questo non implica che abbiano vinto e che il partito/regime della nazione sia cosa fatta. Implica che le grida isteriche che vedo in giro, tutte tese ad un “ribaltamento rapido” (le manovre di Mattarella, specialmente attorno al mandato Cottarelli, mi son sembrate pura follia) o alla creazione di un “fronte nazionale” (e ridaje!) a nulla servono se non a dar maggior forza al progetto rosso-bruno. Mi dispiace miei cari esponenti dell’opposizione che non esiste o aspiranti tali: questo è oggi il governo vero del popolo italiano, consapevolmente scelto e visto come tale da 6 o 7 elettori su 10. Fatevene una ragione anche perché non solo viene da lontano – ovvero da processi carsici che erano attivi prima dell’ultima guerra e si son rimessi in moto negli anni ’70 – ma esso è anche e soprattutto figlio degenere delle vostre politiche e dei vostri comportamenti degli ultimi 40 anni.

Ma questo è il tema della prossima riflessione. Per oggi mi fermo qui e riassumo. Questo governo durerà: tatticamente perché è nell’interesse diretto dei suoi leader e strategicamente perché ha dietro un progetto politico di regime ed una cultura condivisa.

Questa cultura è la “cultura politica degli italiani”, quella che si è venuta formando da quando le elite italiane, seguendo l’invito di D’Azeglio, si misero all’opera per inventarsi il popolo italiano, che allora non esisteva proprio. Non è arrivata dal cielo questa visione del mondo condivisa dall’80-90% dei cittadini italiani. Essa è il frutto, certamente, della situazione esistente attorno al 1860-70 ma anche e soprattutto delle scelte politiche, economiche e culturali che le elite italiane, da allora sino all’altro giorno, hanno compiuto. Nazionalismo ideologico + Socialismo economico + Populismo politico + Moralismo cattolico sono le sue quattro colonne portanti, collegate tra loro dal mito che gli italiani siano il  “popolo erede”, al contempo, del mondo Classico e del Rinascimento.

Chi si chiede se esista un’alternativa al partito della nazione che si va formando, meglio s’interroghi su questi temi e non sullo spread che farà esplodere tutto. Perché anche – e sia mai – dovesse esplodere tutto a causa dello spread, dopo sarà politicamente e culturalmente anche peggio.